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Che Tempo Fa

17/02/2013
Un male da evitare: quello dell’esca
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Non arriva con i mali di stagione e non colpisce l’uomo bensì la vite e spesso proprio a causa dell’uomo. E i suoi effetti possono essere devastanti se la pianta viene trascurata o curata male.
Il mal dell’esca viene considerato un vero è proprio cancro per la nostra pianta e così era definito anche dai vecchi in Friuli.
Sembra che il nome derivi dal fatto che i legni infetti, in passato, venissero usati come “esca” per il fuoco: proprio la consistenza spugnosa ne faceva un ottimo “accendi fuoco”.

La malattia (molto più precisamente si dovrebbe definire un insieme di malattie) avviene a opera di alcuni funghi che concorrono in maniera diversa al danneggiamento dei tessuti e in alcuni casi possono anche diventare antagonisti: Fomitiporia mediterranea, Phaeomoniella chlamydospora e il Phaeoacremonium aleophilum. A seconda dell’agente interessato si assiste a diverse forme del mal dell’esca:

-    Venature brune: compaiono delle striature necrotiche visibili dopo un taglio longitudinale delle barbatelle, ma si possono avere anche delle forme latenti in cui i sintomi non sono immediatamente evidenti. I funghi responsabili sono il Phaeomoniella chlamydospora e Phaeoacremonium aleophilum e possono dar luogo a infezioni in seguito alla diffusione di spore nei vasi a partire dalle zone infette nelle piante madri o a infezioni che si verificano in vivaio in seguito alla presenza di spore sul materiale di propagazione e nell’ambiente.

ingrandisci maldellesca2.jpg-    Malattia di Petri: prende il nome del fitopatologo che lo isolò durante i suoi studi. Molto più diffuso all’estero dove è noto con il termine di “black goo”, si manifesta come un fenomeno di deperimento e può colpire piante o vigneti giovani dai primi mesi dell’impianto fino ai 6-8 anni. In associazione ad altri fattori di stress, come forzatura di produzione o condizioni climatiche e idriche particolari, le infezioni a livello del portainnesto o della cultivar comportano ridotto vigore vegetativo, minore crescita, cattiva saldatura dell’innesto, clorosi diffusa, ritardata e scarsa produzione ecc. il fungo responsabile è il Phaeomoniella chlamydospora.

-    Esca giovane: spesso causata da Phaeomoniella chlamydospora e il Phaeoacremonium aleophilum ha origine da ferite che diventano l’accesso diretto alla pianta. In questo caso non compare la carie bianca, ma la sintomatologia è più a carico dell’apparto fogliare.

-    Esca classica o Carie bianca: è purtroppo la più conosciuta. In questo caso la sindrome inizio con la tracheomicosi con conseguente ostruzione dei vasi linfatici ad opera del Phaeomoniella chlamydospora e il Phaeoacremonium aleophilum e prosegue poi con la degradazione del legno ad opera del Fomitiporia mediterranea.

Presentiamo i responsabili:

Il Phaeomoniella chlamydospora  attacca i tessuti vascolari della pianta causando la morte delle cellule. Aggredisce lo xilema causando imbrunimenti dei tessuti. Le lunghe venature scure partono proprio dalle ferite sul legno dal momento che le spore invadono il legno (spesso attraverso i tagli di potatura). Una volta all’interno del fusto, le spore si dipanano e si ramificano infettando tutta la pianta attraverso la corrente linfatica. Così come nell’uomo, anche la nostra pianta attiva le sue autodifese volte a fermare l’azione del fungo. Se la pianta è già sotto stress o indebolita da inutili concimazioni, le difese non contribuiscono a proteggerla.
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Il Phaeoacremonium aleophilum penetra allo stesso modo del Phaeomoniella chlamydospora , spesso attraverso ferite da potatura e impedisce il normale flusso linfatico portando la pianta alla morte. L’infezione si riconosce dalla tipica colorazione bruno-rosata che si manifesta sul taglio trasversale del fusto.

Il Fomitiporia mediterranea è l’agente responsabile della carie bianca, ma spesso necessita della presenza del P.ch. e del P.al. per potersi formare. Si può formare su legni molto vecchi o già morti e solo in particolari condizioni climatiche e ambientali. Il fungo in questo caso degrada la lignina sino a trasformarla in una massa spugnosa bianco-giallastra. Anche in questo caso si propaga attraverso ferite provocate alla pianta.
 
segue.....
 
 
Per gentile concessione di Ersa FVG.

Autore: Simona Migliore
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Commenti presenti: 2
Stefano Cinelli Colombini
inserito il 18/02/2013

Dal 1997 pianto sangiovese solo con cordone speronato alto a 120/130 cm, e l'altro giorno notavo con i miei responsabili delle vigne un fatto curioso; in nessuno di quei sessanta ettari di impianti, sia in Maremma che a Montalcino, abbiamo mai notato un caso di mal dell'esca. Non so spiegare il fenomeno, forse è la conseguenza dell'avere solo la metà di foglie per cui si riduce la necessità di acqua e di conseguenza il rischio di stress vegetativo, lei ha mica una spiegazione?

Simona Migliore
inserito il 18/02/2013

Salve non mi sono soffermata sul sangiovese bensì sulle varietà friulane. Una cosa sicura è però che sicuramente riducendo i fattori di stress la pianta reagisce meglio agli attacchi. occorre inoltre capire se la sua è una viticultura intensiva e/o meccanica. Le zone inoltre più a rischio sono quelle vicino gli areali boschivi, culla di molte famiglie responsabili al mal dell'esca. In FVG purtroppo sono diversi gli ettari contaminati e l'unica azione possibile sarebbe allontanare fisicamente le piante malate e bruciare tutto. Purtroppo molti produttori puer estirpando le viti malate le abbandonano al delimitare dei vigneti...azione sconsigliatissima e pericolosissima. Approfondirò il discorso sul sangiovese e le farò sapere. Grazie per la domanda

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