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Editoriale

03/08/2015
Che linguaggio usare per navigare nel “grande mare” del vino?
ingrandisci mare.jpg
“Parecchio bono/bono/beilo te (bevilo tu)/un troiaio (una schifezza).”
 
Questa scala di valutazione dei vini abbastanza dialettale, passatami da un vecchio produttore aretino mi ha sempre intrigato per almeno due motivi:  il primo è che parte dall’alto e va verso il basso, dimostrando quindi un approccio positivo al vino, il secondo è la sua tagliente sinteticità.
 
Sinteticità che noi critici (o pseudocritici) italiani, nel descrivere un vino evitiamo come la peste o quasi.
 
Potrei farvi esempi su esempi ma mi fermo a due perle a cui gli esperti di settore sapranno attribuire nome e cognome.
 
“Giallo dorato pieno e cristallino, con una tonalità che niente ha ceduto agli anni. Il profumo è prettamente caratterizzato da sentori di burro di nocciolina, non si negano nemmeno espressioni fruttate, ananas, pera williams, e si completa con uno spicchio d’evoluzione che s’esprime in ricordi di tisana e di infusi vegetali. Al gusto l’impatto iniziale è dominato dalle sensazioni di morbidezza, rapidamente sopraffatte dal sapore fresco e salino della susina gialla che testimonia un’acidità ancora viva, La persistenza aromatica è accettabile, otto secondi, e fa riaffiorare un finale di refrigerante frutta a pasta gialla.”
 
“Un frutto di magnifica fittezza, di grande armonia gustativa. il suo xxxxxxxxxxxxxxx è un vino di raro valore: profumi di pulizia e di fragranza illibata, con note di ciliegia e mora in limpidissima evidenza. Sapore di morbidezza e suadenza fenomenale.”
ingrandisci tastingwine.jpg 
All’opposto, cercando tra le tantissime note di degustazione “British style” sul web ne ho selezionata praticamente una a caso, relativa ad uno champagne di ottimo livello.
 
the wine showed slightly older than its true age due to its color and slight loss of bubbles. Still, the brioche, citrus and green apple nose, coupled with elegant textures gave the wine quite a bit of charm and pleasure.”
 
Salta subito all’occhio un tipo di linguaggio completamente diverso, non solo più scarno, ma meno aulico, autocelebrativo, assolutamente non infiocchettato da aggettivazioni ridondanti.
 
Bisogna anche dire che per fortuna in Italia molti colleghi scrivono di vino in maniera più sobria e sintetica e addirittura c’è chi, come noi (tanto per non farsi pubblicità) usa una serie di simboli e solo pochissime parole per i vini migliori.
 
Ma arriviamo al sodo: il mondo del vino italiano (critica, appassionati, esperti, produttori, ristoratori etc) è un misero laghetto in confronto al grande mare che parla altre lingue e che comunque si ritrova attorno all’inglese.  Tutto questo grande mare, che in realtà è identificabile con il resto del mondo, che tipo di linguaggio enoico  vuole, conosce e può apprezzare?
Perché la critica enoica italiana non è mai riuscita a sbarcare e a sbancare  all’estero?
Perché i pareri di esperti non italiani, nel grande mare del vino mondiale, hanno sempre più peso dei nostri?
ingrandisci wine-spectator.jpgE’ solo un discorso di lingua (loro scrivono in inglese e noi no) oppure anche se scrivessimo in inglese non sfonderemmo lo stesso?
 
Questa serie di quesiti ce li siamo posti durante l’ultima riunione IGP (I Giovani Promettenti) a Firenze e tra le varie risposte che ci siamo dati è venuto fuori questo quadro: sicuramente il non scrivere in inglese è fortemente penalizzante, soprattutto nell’inglese sintetico che impera nel mondo del vino (leggete una recensione di Jansis Robinson per farvi un’idea).
 
Ma questo non basta, il modo del vino italiano è legato ad una sola stagione, l’autunno, quando cadono le foglie e le guide in libreria, mentre il grande mondo del vino mondiale non ha stagionalità e, specialmente sul web, pubblica di tutto  e tutto l’anno.  Inoltre le ante-ante-anteprime delle grandi testate americane forse non creano il mercato ma gli danno un’impronta che per chi arriva secondo è difficile intaccare. Magari può essere fatto nell’orticello italiano ma non a livello planetario.
 
Insomma, per non farsi superare da tutti, per cominciare a far contare davvero il nostro parere di esperti che vivono il vino italiano 365 giorni all’anno, per lasciare il laghetto di casa e approdare alle sponde del grande mare enoico,  occorrerebbe “forse” cambiare strada.
 
Che fare ,direbbe a questo punto un enoico PseudoLenin?  Sempre durante quella riunione di possibili soluzioni ne sono state prospettate diverse e, con tempi da “Giovani promettenti” stiamo cercando di portarle avanti e di valutarne la fattibilità.
 
A proposito, e così lancio il megaquesito estivo, voi che fareste?
 
Autore: Carlo Macchi
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Commenti presenti: 5
Lizzy
inserito il 04/08/2015

Che fare? Nulla. Qualsiasi suggerimento si possa dare in merito puoi star certo che non verrá seguito, dalla critica enoica italiana. Frequentando i colleghi esteri, soprattutto anglosassoni, ho capito una cosa, anzi due. C'é chi é seguitissimo perché spiega il vino senza tirarsela, ma anzi come se avesse sempre davanti una platea di bambini di 8 anni intelligenti, vispi e curiosi. Per questo fa un grande uso di infografiche e disegnini, con testi corti, semplici e chiari (quelli che noi definiamo "superficiali e approssimativi"); C'é chi é seguitissimo perché strapazza il mondo del vino con la competenza di un insider e uno sferzante sense of humour (nessuno in Italia oserebbe arrivare a certi livelli di presa per... neanche i più irriverenti che conosciamo, perché sarebbero passibili di denuncia) E infine, c'é chi é seguitissimo perché é riconosciuto estremamente autorevole e obiettivo, e quindi muove un sacco di bottiglie. Quest'ultimo caso dovrebbe essere assolto anch dalle guide del vino italiane ma, ahimè, sono finiti i tempi d'oro... Quindi, come vedi, quello del linguaggio é solo un aspetto del problema, e neanche il più determinante. 😊

Davide Bonucci
inserito il 04/08/2015

Vista la velocità e la fruibilità internazionale dei nuovi media, il critico dovrebbe essere sintetico e contemporaneamente intelligente. Testo bilingue e alé.

Monica Bianciardi
inserito il 04/08/2015

Un problema spinoso , la differenza tra le due lingue .In Inglese un'unica parola descrive un'intera frase ma forse manca delle sfumature così variegate che lasciano intuire con precisione una sensazione .Difficile come dipingere un quadro senza colori .

Fabrizio Calastri
inserito il 04/08/2015

Credo che questa sia una caratteristica non solo del giornalismo enoico, ma del giornalismo italiano in generale. Anziché dare un servizio al lettore, prevale l'autocompiacimento. Per rendersene conto basta per esempio dare un'occhiata al settimanale "Internazionale" che contiene una selezione di articoli provenienti da tutto il mondo e si vede proprio la differenza di impostazione. Che fare? E' il direttore che dà la linea editoriale...

Paolo Bargelloni
inserito il 04/08/2015

... Per troppi anni si è parlato di vino come di un argomento per pochi eletti, quasi un'esclusiva per intenditori che si atteggiavano a sapientoni sparando paroloni incomprensibili alla massa, dando quel senso di inarrivabile, come se il vino fosse un prodotto d'elite e non adatto al popolo. Poi si sono messi i sommeliers della TV, i quali, nelle rubriche del telegiornale, al ritmo di una rotazione di bicchiere ogni tre battute, sciorinavano descrizioni gusto-olfattive da cani da tartufo. Da lì, i frequentatori di corsi da assaggiatore vino si sono decuplicati in pochi anni, tutti alla ricerca del profumo che non c'è e che, con spirito di emulazione, andavano a roteare anche la tazzina del caffè al bar, prima di sorseggiarlo. Persino le riviste e i siti di enogastronomia si sono moltiplicati a dismisura. Numerosi blog si sono aperti, ma la maggior parte di essi, per avere visibilità, tende alla polemica a tutti i costi, che neanche un sito sportivo retto da tifosi riesce a fare. Così nascono i sostenitori e i detrattori: quelli che il vino naturale è meglio, quelli che i il vino naturale puzza, quelli che la puzza è un pregio; quelli che "basta con il legno", quelli che il legno migliora; quelli che l'autoctono va difeso, quelli che non sanno riconoscerlo dall'alloctono; quelli delle denominazioni, quelli che liberi da vincoli dei disciplinari è la strada giusta; quelli che "alle guide io non credo", quelli che "io bevo solo le eccellenze", ecc. ... Da: http://www.istintoprimitivo.it/index.php/archivio/450-senza-fare-sul-serio Cordiali saluti.

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