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VINviaggio

28/08/2016
Bursōn, quel poderoso rosso della bassa Romagna
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"A te che rimani dentro la mia vita"
 
 
Ci sono luoghi dove il vino sopravvive grazie alla forza di volontà di pochi produttori, senza i quali non ve ne sarebbe più traccia. Di posti così, sperduti, perennemente in bilico fra erosione e estinzione, è piena l’Italia. Non si visitano, non se ne parla, ma esistono e formano la nostra pancia enologica. Sono le budella, le viscere del vino italiano.
 
 
Un contesto sottostimato più che sottosviluppato, che si muove nel cono d’ombra della normalità, al cui interno sembra quasi intatto l’eco di un lontano mondo contadino che sa di coltura ma non di cultura (del vino), che pensa a produrre, a sopravvivere, non importa come: conta il presente, quasi mai il futuro. In questi posti le cantine sono semplici case di campagna, i calici Zalto appartengono a Marte e i musei non esistono, perché il museo è la fuori, ora, adesso.
 
 
Un esteso sottobosco di provincia nel quale anche le enoteche, i negozi di prodotti tipici e le strade del vino rimangono solo un lontano miraggio. Qui il visitatore deve rischiare in proprio, cercando, provando, annusando: con lo zaino in spalla e lo sguardo rasoterra.
 
 
Meglio sapere, per chi lo ignorasse, che in centinaia di paesini e paesucoli e paesoni italiani il vino c’è ma appartiene alle comunità come la chiesa e i marciapiedi, come il bar e la piazza. Niente di più e niente di meno. E mentre i bevitori più smaliziati vanno a caccia di personaggi, di uomini da copertina, di performer virtuosi, lo stomaco del vino nostrano è una retroguardia che si muove al buio: i riflettori sono orientati altrove, giornalisti e blogger pure.
 
 
God save the oak
 


Il vino Bursôn, autentica specialità della Bassa Romagna e protagonista del mio approfondimento, si produce in una di queste plaghe “ai margini“, lontane anni luce dal successo mediatico di alcune denominazioni à la page prese d’assalto con frequenza dai media e dagli enofili incalliti.
 
 
La sua culla è fatta di paesi che non hanno il mare e non hanno la collina, appesi a una paesaggio piatto e umido, dove primeggiano la frutta (ieri soprattutto le pesche, oggi soprattutto le pere), il frumento, il granoturco e una viticoltura di indirizzo prevalentemente industriale (questa è una delle zone più prolifiche per la produzione dell’arcinoto Tavernello).
 
 
Di gran lunga meno industrializzata e anzi piuttosto ristretta nei numeri è invece la realtà del Bursôn, alimentata da un piccolo ma coeso gruppo di produttori che da una ventina d’anni sente l’esigenza di valorizzare una storia particolare, scegliendo di non abdicare al ruolo precipuo del mondo contadino: custodire, laddove possibile, le risorse più preziosa della propria terra. E qui da tempo si custodisce una rara varietà, autoctona ed esclusiva, chiamata “Uva Longanesi“.
 
 
Longanesi è il Cavalier Antonio detto “Il Bursôn“, classe 1921, che mosso dalla curiosità, intorno alla fine degli anni ’40 notò un ceppo di vite abbandonato al suo destino che se ne stava abbracciato a una vecchia quercia che ancora oggi esiste e lotta insieme a noi nella bucolica campagna di Boncellino, una frazione a sud di Bagnacavallo.
 


Ruspante e caratterstico, quel raro vitigno possedeva grappoli in grado di conservarsi con nonchalance fino all’autunno, donando un succo assai zuccherino. Nonostante l’impegno della famiglia Longanesi, il primo impianto professionale fu messo a dimora nel 1956, rimanendo anche nei decenni successivi una rarità preda del disinteresse degli uomini e della voracità degli uccelli.
 
 
Sergio Ragazzini e il Consorzio di Tutela
 
 
Uva antica e dalla genesi oscura, a lungo scambiata per uno dei numerosi “negretto“ d’Italia, era evidentemente di indole troppo selvatica per meritare un reale supplemento d’indagine. Fino a quando, nella seconda metà degli anni Novanta del secolo scorso, Sergio Ragazzini, veterano fra gli enologici romagnoli e consapevole delle buone potenzialità del vitigno, si inventò, con la complicità dei vignaioli Roberto Ercolani prima e Alberto Rusticali poi, un verace rosso di pianura dalle ambizioni importanti, in grado di sfidare il tempo e il mercato.
 
 
La prima produzione ufficiale di quel vino, battezzato “Bursôn“ per ricordare la decisiva figura di Antonio Longanesi, è del 1997: solo 780 esemplari venduti in qualche sagra di paese che rappresentano il seme di un progetto ormai ben rodato, con diciotto produttori, 200 ettari vitati e 70.000 bottiglie annue valorizzate dal “Consorzio Bagnacavallo“, costituito nell’aprile del 1999 e attivo nella tutela, nella promozione e nella diffusione dell’intera produzione (attraverso un logo condiviso e stampigliato su ogni flacone in commercio). 
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Il terroir del Bursôn
 


L’ossatura del territorio, un tempo paludoso e inospitale, è formata da una manciata di comuni della pianura ravennate posti lungo i fiumi ormai ben arginati del Santerno, del Senio e del Lamone, fra la Statale Adriatica e la Via Emilia: anzitutto Bagnacavallo (epicentro dell’intero movimento), poi Alfonsine, Cotignola, Fusignano, Lugo, Ravenna, Russi e una minuscola porzione pianeggiante di Faenza. I terreni sono fertili e tendenzialmente sabbiosi, ma con porzioni di argille ben più pronunciate se la distanza dai letti fluviali si fa cospicua.
 
 
Qui affonda le sue radici l’Uva Longanesi n° 357, che dopo la consueta trafila di studi ampelografici e genetici, dal 2000 è iscritta al Registro Nazionale delle Varietà di Vite. I suoi caratteri ampelografici e le sue attitudini agronomiche ne fanno un esemplare da pianura: enorme vigoria, modesta sensibilità alle gelate (invernali e primaverili), ottima sopportazione della siccità estiva, notevole necessità di calore per arrivare a maturazione (tardiva)e solida resistenza alla botrite (nonostante la proverbiale compattezza del grappolo).
 
 
Per diretta conseguenza, è un vitigno che esige potature lunghe ed espanse: gli impianti sono enormi (i pali di sostegno arrivano fino a 5 metri di altezza), il sistema di allevamento di maggior diffusione è il Casarsa (più raro è invece il Cordone Speronato, in ogni caso trasfigurato per adattarlo alle specifiche esigenze della vite), il frutto è grande, turgido ed eterogeneo nella morfologia (fino a superare i 300 grammi di peso) e le rese ideali (ottenibili con appropriati diradamenti) si aggirano intorno ai 120/130 quintali/ettaro (ovvero intorno ai quattro chili d’uva per pianta).
 
 
Al momento non è stato ancora avviato un protocollo di selezione clonale e pertanto c’è un solo individuo coltivato  su portainnesti appartenenti al gruppo Berlandieri x Riparia (in particolare: Kober 5BB e S04).
 
 
Curiosamente, quando l’Uva Longanesi è prossima alla maturazione si avverte la presenza, all’interno del grappolo ormai colorato, di un solo acino la cui invaiatura è appena accennata. Pare sia l’indicatore del tempo di vendemmia: nella sostanza, la completa maturazione di quel solo e unico chicco ritardatario, indicherebbe il periodo esatto della raccolta. Raccolta (manuale o meccanica, a seconda delle dimensioni e delle esigenze delle singole aziende agricole) che nella media storica locale vede la sua fase nevralgica fra la terza settimana di settembre e i primi giorni di ottobre.
 
 
 
Le consuetudini produttive
 
 
Gettando una rapida occhiata ai listini di tutti i produttori visitati, emerge con chiarezza una bipartizione tipologica pressoché unanime (salvo poche eccezioni) del vino Bursôn: da una parte l’Etichetta Blu (o Blu di Bursôn, circa 8 euro in enoteca), dall’altra l’Etichetta Nera (costa più del doppio).
 
La prima versione, ottenuta con macerazioni poco estrattive e maturazioni brevi, racconta il lato più fresco e fruttato del vitigno (ma spesso più rustico e irrisolto), la seconda invece (per la quale il disciplinare impone un appassimento parziale  delle uve, nonché un lungo élevage in legno) offre al bevitore un rosso di stazza imponente, aromaticamente riconoscibile nei tratti speziati/ematici/animali (più o meno segnati dall’appassimento e dalla riduzione, che tavolta può risultare vistosa), vigoroso quando non ruvido al tatto, e sovente amarognolo in chiusura di bocca. Un vino sempre poco incline ai compromessi e ancor meno all’eleganza, ma di notevole carattere. Che scuote anziché consolare.
 
 
Ed è proprio sulle bottiglie “nere“ di ciascun produttore preso in rassegna (la quasi totalità delle aziende iscritte al Consorzio di Tutela) che ho concentrato le mie attenzioni, assaggiando sia le uscite attualmente sul mercato (comunque mai giovani: i millesimi in commercio offrono una panoramica che va dal 2005 al 2011), sia alcune annate più mature ormai presenti esclusivamente nei rari archivi aziendali: un’occasione preziosa per testare sul campo le buone doti di longevità dell’Uva Longanesi.
 
 
Nel prossimo paragrafo vi offro un distillato delle interpretazioni più convincenti (scegliendo una sola referenza/annata per azienda), consapevole che il lavoro da fare è ancora lungo e che i vini dovranno (quasi tutti) migliorare. Detto questo, i produttori più avveduti meritano fin d’ora un applauso per la tenacia con la quale intendono portare in alto quel rosso ruspante che viene dal basso.
 
 Continuate così.
 
 
 I Bursôn Etichetta Nera da raccomandare (in ordine di preferenza personale)


 
ingrandisci falcone1.jpg1)Daniele Longanesi Et. Nera 2001: Per chi scrive il più grande Bursôn di sempre. Splendida evoluzione sulle tonalità del sottobosco più verace, lato animale ben controllato, telaio tannico solido e progressivo, finale vigile, saporitissimo, sano, senza fastidiose frazioni amaragnole. Senti che Daniele è un vignaiolo di categoria superiore, uno che da solo può rompere ciò che gli altri, tutti insieme, possono solo scalfire. Il fuoriclasse della Bassa.
 

2) Tellarini-Celti Centurioni Et. Nera 2005: I profumi si muovono fra Bordeaux e la Valpolicella, i tratti amaroneggianti virano su note di tabacco e balsami, la bocca miscela perfettamente compattezza, allungo e sapidità. Unico Bursôn "bio" della denominazione, è per il sottoscritto la più bella sorpresa della batteria.
 
 
3) Spinetta Et. Nera Max 2001: Come il precedente gioca la carta della maturità più avvolgente, ma con un grado in più di tenerezza e due in meno di articolazione. Profumi di china calissaia, sangue e rabarbaro, dinamica compassata ma continua e chiusura - priva di sbavature - che reclama la tavola. Bravo Luciano Monti.
 

4) Poderi Morini Et. Nera Augusto 2010: All’opposto dei vini fin qui recensiti è una bottiglia ancora in affinamento e pertanto va valutata con cautela. Eppure considero fin d’ora questo 2010 l’edizione migliore nel repertorio del generoso Alessandro Morini: l’estrazione è rigorosa senza mai apparire offensiva, la confezione curata senza derive artificiose. Si sente la mano felice di Maurizio Castelli.
 
 
5) Randi Et. Nera Selezione 2011: Buccioso e selvatico quanto basta per non mascherare un frutto integro che ricorda la ciliegia matura al punto giusto. Gusto succoso, sanguigno, ben modulato nel finale boisé. Si va proprio sul sicuro.
 
 
6) Tenuta Uccellina Et. Nera Selezione Speciale 2008: Apprezzo la passione e la curiosità che da sempre alimentano la carriera di Alberto Rusticali. La sua sana voglia di sperimentare, di osare, anche a distanza di anni, anche dopo aver vissuto alcuni momenti difficili, è un esempio per tanti colleghi più giovani. Questa Selezione Speciale del 2008 è probabilmente la migliore versione nella storia della cantina: una bomba di calore e di densità che non rinuncia al dialogo e  alla definizione del disegno. Un Amarone sotto mentite spoglie (le uve vengono integralmente appassite prima della pigiatura), ma non una caricatura dell’originale.
 
 



ALTRI BURSÔN DEGUSTATI A CUI NON HO DEDICATO UNA RECENSIONE


Ballardini-Ricci Et. Nera 2010
 
Zini Et. Nera 2010
 
Paolo Gordini Et. Nera 2009
 
Ballardini Et. Nera 2011 
 
Casadio Et. Nera Vigna dei Ramò 2011
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Autore: Francesco Falcone
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