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22/02/2017
Vecchie annate della Rufina, il sangiovese paga sempre!
ingrandisci vecchiebottiglie.jpg
Non è facile ottenere vecchie bottiglie dai produttori ma nella Rufina questa difficoltà non c’è mai stata. Uno dei motivi sarà perché conosciamo bene tanti produttori ma il motivo principale credo sia l’orgoglio di tante cantine per le loro vecchie annate.
 
Non credo di offendere nessuno se cito ad esempio Selvapiana, la cui riserva di vecchie bottiglie non ha forse eguali in Toscana.
 
Ma la Rufina non è fatta solo da Selvapiana e per fortuna ci sono diverse altre cantine che oltre a produrre vini da invecchiamento, ne tengono da parte un certo numero di bottiglie  per poterle utilizzare in occasioni come queste.
Occasioni dove non mi sembra giusto valutare con un voto bottiglie che invece andrebbero più che altro presentate e ragionate.
 
Per la cronaca la degustazione è avvenuta di seguito all’assaggio dei Chianti Rufina annata e riserva, quindi alla fine di una mattinata impegnativa ma non troppo e con un po’ di tempo a disposizione per poter discutere di vecchie annate.
 
Avevamo chiesto almeno un vino per cantina che avesse come minimo 10 anni: così abbiamo trovato in degustazione  un 2007,  tre 2006,   due 2005, quattro 2004, un 2003, un  1998 e un  1993.
 
ingrandisci rufinacarrofiaschi.jpgSalta subito all’occhio come, tra le vendemmie dopo il 2000, il numero di vini presentati per annata spieghi in maniera chiara come i produttori valutino qualitativamente le vendemmie: abbiamo il 2004 al primo posto, poi  il 2006, seguite dal 2005 e dal 2003. Sinceramente mi sarei aspettato qualche 2001, ma va bene così.
 
Personalmente preferisco di gran lunga la 2006 alla 2004, ma in questa degustazione si sono comportati meglio i figli della seconda annata.
Infatti La Riserva 2006 de Il Capitano mostrava chiari segni di affaticamento al naso e la stessa cosa la Riserva 2006 del Il Balzo, sua prima annata commercializzata. Per fortuna avevano in comune anche una bella freschezza  e tannicità  al palato, probabilmente segno che il vino c’era ma la conservazione non era stata perfetta. In particolare il Capitano mostrava grande freschezza mentre il Balzo aggrediva quasi il palato con una tannicità imponente e un po rustica.
 
Molto buona la Riserva 2006 de I Veroni, con note balsamiche e speziate in evidenza e sentori freschissimi di timo. In bocca accanto alla proverbiale freschezza una tannicità importate ma dolce che accompagna alla lunga chiusura.
 
L’unico 2007 era quello di Frascole ma purtroppo il tappo aveva deciso di distruggerlo già da tempo.
 
Veniamo ai due 2005, la Riserva  Villa Bossi di Gondi e quella del Cedro di Lavacchio: vini completamente diversi l’uno dall’altro, ma con una tannicità leggermente più diluita (oddio, Gondi non tanto…), classica figlia di una vendemmia adatta mediamente a vini più pronti.
 
Le quattro riserve 2004, Travignoli, Il Pozzo , Nipozzano di Frescobaldi e Riserva del Don  di Colognole sono subito diventate tre perché quella del Pozzo aveva un vero e proprio “tappone dolomitico”.  
ingrandisci rufinamappa.jpgI vini di Travignoli hanno sempre una nota balsamica che scivola spesso nel vegetale e anche questo 2004 non derogava, mentre il Nipozzano  aveva all’opposto naso maturo e bocca classicamente Rufina con tannini ben marcati e concreti. Quello che ci ha veramente colpito per grande concentrazione è stata la Riserva del Don, vino di una giovinezza sconcertante e di un’austerità tipica dei migliori sangiovese, non solo della Rufina. Un vino da riassaggiare tranquillamente tra 10-15 anni.
 
Lavacchio ci ha proposto anche un Cedro 2003 che ha dimostrato come questa annata calda potesse essere  declinata anche con freschezza.
 
Gli ultimi due vini degustati sono stati la Riserva Lastricato 1998 del Castello del Trebbio e la Riserva 1993 di Selvapiana: entrambi, ognuno con il loro stile (Trebbio più imponente, Selvapiana più elegante e setoso) ci hanno mostrato la vera essenza di questo territorio che porta a vini dove il sangiovese non ha niente da invidiare ad altre zone più blasonate.
 
Nessun vino aveva note ridondanti di legno, mentre alcuni puntavano su uno stile internazionale che per noi è perdente per l’azienda e per il territorio. In generale non hanno avuto bisogno di molto tempo per aprirsi, anche se alcuni hanno espresso il meglio a tavola, dopo 3-4 ore dall’apertura.
 
La degustazione è appunto continuata a tavola, dove i vini hanno mostrato una versatilità che non ci aspettavamo vista l’imponenza di qualcuno. Ma una bella caratteristica della Rufina è proprio questo positivo trasformismo gastronomico, dove vini che sembrano quasi indomabili diventano elastici e disponibili a molti piatti.
 
Cosa dire in conclusione? Anche nella Rufina fare vini da grande invecchiamento non è una cosa semplice e per questo i migliori dei nostri assaggi sono i nomi affermati da tempo, che uniscono alla grande maestria tecnica un rispetto assoluto per il sangiovese. Personalmente speravo si andasse più indietro negli anni con i vini presentati, ma probabilmente alcune cantine non hanno disponibilità “molto arretrate”. Speriamo che almeno nel nuovo secolo sia diventata usanza consolidata quella di mettere da parte almeno 100-150 bottiglie per avere qualche sentenza dai posteri o, più semplicemente e a breve,  dai giornalisti.
 
Ultimissima annotazione sui tappi: due (e uno incerto) su tredici non è poco, speriamo sia stato solo un caso del destino.
Autore: Carlo Macchi
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