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Editoriale

05/03/2017
Giornalista o PR? That is the question.
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Faccio qualche riflessione sulla settimana delle Anteprime Toscane che ha richiamato anche quest’anno quasi 200 giornalisti da tutto il mondo, per lo più specializzati, a fare il punto della situazione sulle ultime vendemmie prodotte e commercializzate dalle varie denominazioni.
 
E’ stato forse proprio l’altissimo numero di ospiti accreditati che, quest’anno più di sempre, ha portato tanti e in più occasioni ad affrontare un argomento che da tempo è discusso nell’ambiente del vino. Argomento discusso più o meno a voce alta  sia all’interno dei consorzi organizzatori, sia tra i produttori, sia tra i giornalisti stessi: il cambiamento epocale che negli ultimi 10-15 anni ha contraddistinto il mondo della comunicazione del vino e (di conseguenza) anche quello del giornalismo enogastronomico.
 
Fino  a una decina di anni fa la distinzione tra il giornalista, l’addetto stampa ed il PR era piuttosto netta; ognuno faceva il suo lavoro, collaborava con gli altri, ma le competenze raramente si sovrapponevano.
 
Da allora, complice anche (ma non solo) la crisi economica che ha colpito l’editoria in modo profondo, la situazione è molto cambiata. Intanto il numero di persone coinvolte nei vari ambiti è lievitato in modo esponenziale, in concomitanza a vere o presunte crescite della conoscenze e della capacità degustative.
Da una parte quindi i giornali hanno costantemente ridotto il personale dipendente e dall’altro sono cresciuti coloro in grado, o che credono di esserlo, di scrivere articoli in modo professionale su un territorio o su aziende e vini.
ingrandisci publicrelations.jpg 
Diventando praticamente impossibile vivere di giornalismo (eccetto per i pochi che ancora sono dipendenti di un giornale e pochissimi altri), tanti bravi professionisti hanno dovuto guardarsi intorno e decidere come mettere a frutto le loro competenze.
 
Hanno iniziato a organizzare eventi, a curare uffici stampa a occuparsi di comunicazione e PR, o addirittura di commerciale e questo di per sè è comprensibile. Mi sembrerebbe utile però, che per chiarezza specie verso gli stranieri che non sono abituati a questo stile tipicamente italiano, fosse chiaro qual è in effetti il loro  lavoro. Onestamente non so come, ma sarebbe utile una distinzione tra chi si occupa di vino solo scrivendone e chi invece, più o meno raramente, ne scrive, ma fa PR e comunicazione.
 
Come hanno reagito coloro che si sono sempre occupati solo di comunicazione? Ad un certo punto, costantemente scavalcati da chi tiene relazioni con la stampa da pari a pari, hanno deciso di adeguarsi  a quella che ormai è diventata una consuetudine, causando il comprensibile nervosismo di chi il giornalista lo fa di professione e che per potersi dire tale ha dovuto fare un percorso lungo e faticoso di gavetta.
 
Percorso che però chi fa il comunicatore da anni, ha dovuto fare con altrettanta fatica, solo che nessuno gli riconosce un tesserino per questo motivo.
 
ingrandisci maddalenamazzeschi.jpgMa veniamo alle nuove leve, quei i giovani che magari hanno pure  il tesserino da giornalista, ma che da subito hanno iniziato a lavorare occupandosi di uffici stampa, PR, etc.
Per loro questo modus operandi è normale, lo hanno sempre fatto e sempre visto fare, per cui non c’è motivo di porsi il problema della correttezza etica che può avere.
Insomma c’è una gran confusione di ruoli che, ancora una volta, è tutta tipicamente italiana perché all’estero ognuno fa il suo lavoro, tutti sanno esattamente chi hanno davanti e perché.
 
E allora? Allora ormai non credo si possa tornare indietro, ma si potrebbe essere più chiari e dire apertamente qual è il lavoro che svolgi: “Sono un giornalista, ma mi occupo di uffici stampa, di comunicazione, di PR”. E dall’altra parte altrettanto: “Mi occupo di PR, comunicazione e uffici stampa e ogni tanto scrivo qualche articolo per amicizia, per divertimento o perché serve per farmi un po’ di promozione facendo conoscere la mia competenza nel settore e di conseguenza la mia capacità professionale”.
 
Ho letto un’intervista che mi ha colpito: “Adua Villa: chef, vini e social da millennial”. In questa Adua (food blogger, sommelier, autrice di libri, collaboratrice di varie riviste enogastronomiche), con molta tranquillità (e perché dovrebbe essere diversamente?) fa riferimento ad una sua collaborazione con un noto birrificio. Il concetto quindi è: sono giornalista non perché ho il tesserino, ma perché scrivere è effettivamente parte importante del mio lavoro poi, per questa azienda, faccio altro. Ecco così si fa, scrivere è il mio mestiere lo faccio davvero e poi faccio anche altro.
 
A parere mio non solo essere più chiari renderebbe il lavoro più trasparente in generale, ma di sicuro ne guadagnerebbe la professionalità, la credibilità e la collaborazione reciproca, con risultati migliori per tutti, ma soprattutto per il mondo del vino italiano.
 
Autore: Maddalena Mazzeschi
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Commenti presenti: 8
Gianpaolo Giacomelli
inserito il 06/03/2017

da non sottovalutare: spesso il fatto di poter essere accreditato come stampa da un vantaggio enorme sul contatto sia con i giornalisti (quelli che scrivono) sia con i produttori. Ci sono molte persone che lo fanno, anche amicizie di lunga data, ma a volte davvero sarebbe opportuno fare un po' più di chiarezza e non prestarsi ad un gioco un po' sleale, verificare dunque chi comunica per chi lo leggerà e chi comunica a solo vantaggio delle sua aziende che lo sponsorizzano...e chi non comunica affatto e si presenta solo a caccia di giornalisti o nuove cantine da rappresentare.

Emanuele Pellucci
inserito il 06/03/2017

Cara Maddalena, concordo quasi in toto con la tua analisi, e te lo dice uno che ritiene di essere ormai tra i pochi (almeno in Toscana) a fare giornalismo in senso stretto. Su un punto però non sono d'accordo, e cioè quando porti ad esempio i colleghi stranieri. Ieri come oggi sono tanti tra loro gli pseudogiornalisti, per lo più impegnati in attività commerciali legate al vino. A cominciare da molti Masters of Wine! Un tempo a certi concorsi partecipavano degustatori invitati come giornalisti (parlo sempre di stranieri) personaggi che non appartenevano né alla nostra categoria e spesso neppure a quella degli assaggiatori. Gente che valutava i vini "ad capocchiam", spesso ubriacandosi di brutto. Eppure, in quanto stranieri venivano loro stesi tappeti rossi!!!

stefano tesi
inserito il 06/03/2017

Ciao Maddalena, come sai l'argomento mi sta a cuore e ne abbiamo parlato anche di recente, proprio alle Anteprime. Concordo con Emanuele: tra gli stranieri le zone d'ombra sono uguali se non più grandi di quelle tra gli italiani. Ma il punto centrale è che ormai, in mancanza di trasparenza, tutto (e non solo nel mondo del vino) è opaco. Tranne rari casi, non si sa mai cosa realmente faccia chi hai di fronte. Gente che saltabecca allegramente e senza imbarazzo da una professionalità a un'altra, con buona pace dei conflitti d'interesse, della compatibilità, della deontologia professionale. E un pubblico, nonchè un ambiente, che trova tutto ciò "normale" o, comunque, "tollerabile". Io credo invece che, oltre a essere poco serio, sia alla lunga (e nemmeno tanto) anche controproducente.

Maddalena Mazzeschi
inserito il 06/03/2017

Carissimi Stefano e Emanuele, i Master of Wine, a mio parere, sono una categoria abbastanza a sè. Si sa che fanno un po' di giornalismo, un po' di commerciale, un po' di consulenze a importatori. Si può essere d'accordo o meno, ma è una categoria a parte, si può decidere di invitarli o no, punto. Però, dato che mi sembra abbiano, almeno il più delle volte, una visione vecchia e distorta del vino italiano, a me che siano presenti non dispiace, chissà che finalmente non si rendano tutti conto di uno sviluppo indiscutibile avvenuto già da un pezzo! Ovviamente anche tra gli stranieri invitati in quanto "giornalisti" ci sono i furbetti, ma chi fa gli inviti dovrebbe conoscerli e limitarsi a non invitarli. Numericamente mi sembra siano però percentuale meno significativa e comunque, invitando un numero di ospiti esteri per ogni paese piuttosto ristretto, è sempre questione di professionalità di chi invita. Mi è successo di dover raccomandare un giornalista straniero che sapevo essere valido, mentre ne vedo in giro che lascerei volentieri a casa! Ma anche io non conosco tutti e può darsi che abbia fatto, in qualche occasione, inviti non condivisibili o lasciato a casa gente più valida a favore di altri che però conoscevo. Spero di avervi risposto adeguatamente Grazie del vostro contributo

Andrea Dal Cero
inserito il 07/03/2017

L’anno era il 2009 e l’argomento della tavola rotonda (per partecipare alla quale ero stato giustamente pagato) era più o meno “La comunicazione del vino nei giorni della crisi”. La mia opinione era, ed è tutt’oggi, che il comparto aveva molto da rimetterci se a parlare di lui fossero arrivati personaggi che poco sapevano dell’argomento nella sua complessità. Lasciare spazio a personaggi televisivi, format di matrice anglosassone e show business dilagante non avrebbe portato niente di buono al nostro settore vinicolo in particolare e all’agroalimentare in generale. Un “grande produttore” mi chiese, senza tanti preamboli, se a mio parere le difficoltà più grandi le avrebbero incontrate la stampa specializzata o il comparto produttivo. Gli risposi, alle solite, che i giornalisti raccontano le storie degli altri. E se questi “altri” non avessero più impiegato risorse e volontà nel fare cose belle, giuste o almeno interessanti, i giornalisti non avrebbero avuto niente da raccontare e il loro rapporto si sarebbe esaurito rapidamente. “E allora come farete ad andare avanti?” mi chiese, in soldoni, il personaggio in questione. “Racconteremo altre storie” gli risposi con grande serenità ed onestà intellettuale. La storia è andata proprio così. Il comparto vino, come tanti altri settori produttivi agricoli, è in balia di un’informazione estremamente approssimativa e i giornalisti, quelli che raccontano le storie, ne raccontano altre. A me, personalmente, smetter di raccontar di vino dispiacque assai. E mi dispiace anche vedere com’è conciata oggi l’informazione del settore. Ma, come non credo nell’approssimazione, non credo nemmeno nel volontariato. Quante volte abbiamo discusso, cara Maddalena, sui diversi ruoli e finalità di informazione e comunicazione... Leggo dalle tue parole che siamo ancora lì. E che probabilmente le cose vanno ancora peggio. Abbraccio con l’affetto di sempre la ciurma di wine Surf e, anche se racconto altre storie, in casa finiamo spesso a parlare di voi e di quella ventina d’anni che abbiamo percorso insieme, Andrea

Roberta Candus
inserito il 08/03/2017

Purtroppo questa super confusione ha aggiunto anche quelli/e che si chiamano blogger, che si sono fatti un blog gratuito e si presentano ai vari eventi e ...scrivono! Scrivono è una parola grossa, mettono giù a volte immagini che hanno del prodotto, a volte sentenze, ma il preoccupante è che vanno nelle aziende o si fanno invitare e i produttori non sanno più se ne vale la pena. Chi invece poi ha il giornale anche cartaceo con costi ormai enormi, non viene invitato, non viene preso in considerazione, perché non è così attaccante come loro, perché attende con educazione magari l'ok della azienda. Non parliamo degli eventi dove gli uffici stampa pur di far vedere il gran numero di astanti, fa entrare ....., gente che alla chiusura dell'evento chiede le bottiglie da portar via, anche quelle aperte, essendo munito di un tappo apposito! Purtroppo questo mondo è diventato tutto "triste" e non solo nell'enogastronomia, ma nella moda, nel design... Triste, molto triste vedere che non c'è più etica e professionalità.

antoine luginbuhl
inserito il 17/03/2017

Butto li un pensiero, una domanda. Ma se si scrive di un solo prodotto vino, moto, macchina, un prodotto che lo vuole il vocabolo e destinato alla vendita, appena si parla di un singolo prodotto/produttore non si diventa operatore di mercaro, pr o simile? Non parlo delle 7777 telefonate ricevute per fare un pubbliredazionale.... Per fare giornalismo si dovrebbe affrontare problemi che fanno si che il giornale stesso che parla di un solo prodotto metterebbe a rischio la propria esistenza....? Sbaglio?

Carlo Macchi
inserito il 18/03/2017

Credo che la differenza sostanziale stia nel libero arbitrio, o meglio nella libera scelta. Se uno scrive di un solo settore (prodotto mi sembra restrittivo) fa giornalismo se liberamente sceglie gli argomenti e li porta avanti, anche argomenti che possono fargli perdere pubblicità. Se invece chiedi soldi per scrivere o, ancora peggio, mendichi favori (cene, prodotti, bottiglie) per parlare bene degli stessi, da una parte sei un mentecatto, dall'altra un semplice pubblicitario.

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