loading
Chi siamo Filosofia LINK Contatti FEED RSS
Alta Fedeltā
LaVINIum - rivista di Vino e cultura online
Liciano Pignattaro - Wine Blog
Carlo Macchi - WineSurf Giornale di Enogastronomia
The authoritative online consumer newsletter about the wines of Italy
Guida Vini
Wine Fiction
Vinipedia
vinchiesta
vinformo
vinviaggio
vinteressa
vinsud
vinstoranti
vinco
garantitoigp
VinItalia

Naviga la mappa per scoprire le degustazioni dei vini regione per regione

VinCo

Da Oggi su Winesurf.it
puoi giocare e vincere fantastici premi.
Clicca e gioca subito!

Vintrovabile - il primo gioco sul vino - trova il ooghi e vinci

Scopri i partner di Winesurf!


Editoriale

10/05/2010
Sui vini (cosiddetti) naturali. Uno sfogo da vecchio.
ingrandisci vangogh-contadino.jpg
Premessa: sono abbastanza vecchio e soprattutto  vecchio di questo mestiere.

Per questo sono uno dei tanti sfortunati che, intorno alla metà degli anni Ottanta faceva parte delle varie commissioni di degustazione dei vini biologici che allora erano di gran moda. Vi garantisco che la gamma di puzzi e difetti che ci mettevano sotto il naso era veramente imbarazzante.   Il problema era che erano biologici.. e quindi non potevi  buttarli semplicemente nel cesso, dovevi chiudere un occhio ed alla fine premiare il migliore, alias il meno peggio.
Sempre la mia vecchiaia (lavorativa) mi ha portato anche ad emicranie clamorose assaggiando a maggio frotte di biancucci italiani assaliti da maree di solforosa, fatti da produttori che avevano scoperto da poco tempo i pregi della moderna enologia.

La mia vecchiaia (sempre lavorativa) mi ha fatto vivere splendori e miserie di diverse denominazioni e soprattutto di tipologie enoiche. La barrique è stata come la mamma per i degustatori della mia generazione (con diverse giuste ragioni), mentre oggi è divenuta il demone da annientare (con diverse giuste ragioni). C’era un periodo in cui se non piantavi Cabernet e Merlot non potevi fare grandi vini, a cui è succeduto il periodo in cui se piantavi Cabernet e Merlot non potevi fare grandi vini. Gli autoctoni sono stati il faro per alcuni anni, salvo non capire (tra i produttori e non solo)  cosa si intendesse per il termine autoctono. Mi fermo qui….

Inoltre  vorrei cercare di comprendere se queste fasi (mode??) che si sono succedute nel brevissimo periodo di 25-30 anni siano avvenute anche nei più importanti  paesi dove si produce e si consuma vino. Non credo di essere in errore se piazzo subito un NO a caratteri cubitali. La Francia ha digerito e metabolizzato in quasi due secoli i nostri ultimi 20-30 anni di storia. La Spagna sembra vicina ma dal punto di vista dell’informazione enoica è lontana anni luce. L’Australia e quasi  tutto il nuovo mondo enologico si è sviluppato su concetti etico-qualitativi che non sono ne migliori ne peggiori dei nostri, sono solo diversi.
barrique.gifSi parla tanto di globalizzazione: le notizie globali sono però quelle portate nel mondo dai grandi media e ascoltate o lette da miliardi di persone. Il vino italiano non fa certo questo tipo di audience sui grandi network e tantomeno il modo del web italiano è solcato da milioni e milioni di lettori in ricerca di notizie “globali” sul vino italico. Insomma: anche se di lusso, (come la stragrande maggioranza del mondo del vino di qualità) siamo una provincia: di lusso, ma provincia.  Il che vuol dire che viviamo una finta globalizzazione dove, accanto ad un Sassicaia conosciuto da diversi milioni di abitanti del globo fa riscontro l’impossibilità di molti di questi ad identificare su una carta dell’Italia la zona dove viene prodotto. Capisco: la globalizzazione porta con se il concetto di generalizzazione e di scarso approfondimento..ma questo è.
Inoltre: per giustificare questo o quel tipo di vino si è spesso usato (oggi forse più di ieri) il termine di evoluzione del gusto.  Attenzione:  la tanto decantata (non in un decanter…) evoluzione del gusto dovrebbe in realtà essere un processo lento e complesso che, nella sua forma “velocemente ibrida” si chiama moda. il primo passa attraverso cambiamenti molto lenti della società, dei rapporti anche economici tra individui, per non parlare di cambi e variazioni climatiche. Tutto questo necessita di tempo, di anni, per non dire di molte decine d’anni.
Il secondo invece è di una semplicità disarmante. Estremizzando: entri in un wine bar e chiedi “che c’è di nuovo? Cosa bevono tutti?”.

Con queste premesse  mi voglio approcciare alla discussione sui vini (cosiddetti) naturali.
Inizio citando un bellissimo articolo di Maurizio Gily uscito sull’ultimo Porthos, in cui cerca di presentare i vari gruppi  di produttori (cosiddetti) naturali. Articolo molto chiaro, preciso e profondo, pone un quesito grosso come una casa: fare vino (cosiddetto) naturale è un dogma di fede o un esercizio della ragione, della conoscenza  e dell’esperienza? Faccio un esempio: è giusto che non usi un diserbante a basso dosaggio e per togliere l’erba faccia due lavorazioni  consumando (ed inquinando) il doppio con il gasolio del trattore?

Mi sembra che quando si disquisisce di vini (cosiddetti) naturali si cammini su un pericoloso crinale, quello che divide la fede e la ragione, il gusto personale (anche “evoluto” ) e  la moda,il “particulare” Guicciardiniano di un determinato momento e la visione ampia e generale dello storico.  Credo che nessuno in questa discussione (io tanto meno) abbia in mano il Sagro Graal della verità. Per questo mi permetto di dire che non si può affermare che i vini (cosiddetti) naturali non sono per dilettanti, per neofiti del gusto, perché nel frattempo questo “gusto” si è sviluppato,inoltrandosi in campi che solo i grandi esperti possono comprendere. In primo luogo perché quelle stesse parole sono state usate in passato per caricare di significati mode più o meno passeggere (la barrique, il cabernet, il non cabernet, il biologico etc) ma soprattutto perché non fa bene allo stesso settore, creando un muro mentale che moltissimi consumatori non supereranno mai e relegando cosi i (cosiddetti) naturali in un ghetto che potrebbe soffocarli una volta passata l’ennesima evoluzione del gusto. Non è giusto anche nei confronti di quei produttori che hanno sempre avuto davanti a loro l’idea che un ottimo o grande vino debba essere buono ora e meglio dopo anni. Il concetto di bevibilità, di piacevolezza di un vino non è un qualcosa che serve solo ai neofiti, ma è una delle condizioni sine qua non del buon bere. 
Diciamo pure  che hanno questo e quel profumo, questa e quella caratteristica gustativa, che possono piacere o meno, ma non arrocchiamoci sul concetto “Tanto tu non puoi capire adesso” perché facendo così si rischiano sonore musate. Riprendendo quanto accennato sopra, vi ricordate quante volte, presentando (nel periodo di evoluzione del gusto che considerava la barrique  il toccasana per ogni cosa)  vini chiusi come ostriche è stato detto enfaticamente "..ora certi aromi non si esprimono, il legno è dominante, ma tra qualche anno…" salvo risentirli dopo anni e trovarli o morti o allo stesso punto di prima.
ingrandisci cabernet_sauvignon.jpg
Sull'altro fronte è comunque sbagliato e non rispettoso del consumatore cercare di omologare il vino rincorrendo un “gusto” (ma quanti gusti ci sono??) facile, simile dall’Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno. l’enologia copiativa non è corretta perché è nel concetto stesso di vino il dover essere diverso da un luogo all’altro.

Insomma: produttori bravi, seri e onesti di buoni, ottimi vini fatti in maniera rispettosa ci sono in tutti e settori siano essi biodinamici o no, come al contrario esistono fior di farabutti che spacciano vini omologati per chicche particolari e puzze biodinamiche o biologiche per sentori unici del terroir.

Oggi tutti parliamo di questi vini (cosiddetti ) naturali senza un necessaria prospettiva storica che dovrebbe permetterci di inquadrarli per quello che sono:  una sparuta minoranza (anche se significativa) tra i produttori di vino, che deve crescere e  strutturarsi. Parlare solo di questi e soprattutto  prenderli  come metro di paragone rischia di far inquadrare la mosca ma non il bufalo su cui è appoggiata.
Sono il primo a dichiarare che “la sostenibilità” è un grande atout di un vino, che il rispetto del territorio è della natura è fondamentale, ma tutto questo può (e deve) essere discusso prima o dopo l’assaggio, non può essere il pilastro della degustazione stessa.
 
 
Autore: Carlo Macchi
facebook twitter technorati digg Del.icio.us stumbleupon

Commenti presenti: 27
Campagnola Fernando
inserito il 10/05/2010

A me sembra che in Italia si da molta più importanza all'idea di un vino che al vino stesso. Anni fa come tu dici nel tuo articolo un vino barricato era sinonimo di vino di qualità, ora si fa lo stesso con i vini biodinamici.

maurizio fava
inserito il 10/05/2010

venerdi scorso al tg del mattino Riccardo Cotarella illustrava i vini BIODINAMICI. Ho anche sentito un produttore del Sud spiegare che la sua azienda negli stessi vigneti produce vini "normali" e una "linea di vini naturali biodinamici" Ho assaggiato con delusione decine di vini che più che "naturali" a me ricordavano i vini di mio nonno, ossidati e difettosi... Non seguo la moda, non mi esalto per cose che non mi piacciono. Ho troppo rispetto di me stesso e della mia seppur scarsa capacità di capire il vino. NO ALLE ASTUZIE DI MARKETING fintamente ecologiste...

Andrea Cappelletti
inserito il 10/05/2010

Concordo pienamente con l'articolo scritto e con i due commenti precedenti il mio. Aggiungerei solo una cosa. Ormai spero, penso, credo fermamente che se un vino raggiunge certi livelli qulitativi e tocca i palati giusti, non c'è moda che tenga, anche per i cosiddetti "naturali". Basti pensare ai friulani e a qualche toscano. L'importante è che se oggi sono in 100 a produrre vino bio, fra qualche tempo saranno rimasti in 10. I migliori. Infine bisognerà creare un disciplinare per la produzione biodinamica.

Gabriele
inserito il 10/05/2010

".....Faccio un esempio: è giusto che non usi un diserbante a basso dosaggio e per togliere l’erba faccia due lavorazioni consumando (ed inquinando) il doppio con il gasolio del trattore?....." Gent. Sig. Macchi, a proposito di questo, ne parlai tempo addietro qui: http://stefanoberti.wordpress.com/2009/12/13/un-decalogo-verde-ma-fumoso/ Tali commenti furono riportati sul sito vinix,it e....apriti cielo! Crocefisso e portato in piazza a pubblico esempio! Qualcuno riesumò persino l'Atrazina, dicendo che inquina le falde. Peccato che sia vietata da più di 20 anni! Che poi uno non voglia ingrassare le multinazionali dei fitofarmaci non acquistando i diserbanti, è tutt'unaltro affare; ma mi sembrano più discorsi da popolo di Seattle che da un serio approcio all'agrcoltura. Sarebbe interessante calcolare, in base al piccolo conto che feci le emissioni di CO2 in meno e di conseguenza il minore inquinamento usando il trattore per il minor tempo che si impiega trattando con il diserbante rispetto agli sfalci e alle lavorazioni. Saluti.

carlo macchi
inserito il 10/05/2010

Spero abbia seguito la nostra campagna per la diminuzione del peso delle bottiglie. Non sarà biodinamico...però servirebbe. Poi si scopre che fior di biologici/biodinamici/naturali usano bottiglie da un chilo o giù di lì.

maurizio fava
inserito il 10/05/2010

da questo punto di vista, coerenza vorrebbe che non si trovassero vini "ecologisti" lontano dal luogo di produzione... autotreni, navi e aerei non sono propriamente un toccasana per la natura

Anna Maria
inserito il 10/05/2010

Si, concordo con quanto scritto, è la moda; tra qualche anno ce ne sarà un'altra...

Antoine
inserito il 10/05/2010

Non ne posso più.... cominciando dal confronto dell'uso di un diserbo con quello di due passaggi per levare l'erba, Non si può seriamente giudicare di un sistema di coltivazione prendendo due lavorazioni cosi, caso mai un confronto si fa su tutto il ciclo produttivo, e già che ci sei ci metti anche dentro quello che ci vuole di mezzi industriali ed energia per produrre i pochi litri di diserbo! Se chi parla di agricoltura se ne intendesse un po di più, ci sarebbe anche un po più chiarezza, ma l'agricoltura è cosi fatta che tutti pensano di saperne abbastanza per porre giudizi. Il mondo del vino poi... ci sono in giro degli orecchi talmente grandi e aperti che tutti ci cascano, tutti i bravi venditori sanno che bisogna fornire il più possibile informazioni, non è importante la serietà del informazione ma la quantità. Ci sono interessanti ricerche fatte dall'INRA di Montepelllier, di qualche anno fa che dimostrano, anche con l'IRM, quanto sia importante avere informazioni PRIMA della degustazione per poter classificare un vino.... (vedo già i degustatori rinchiudersi a riccio ;o) ) Se vi racconto quello che faccio per produrre grano o favino biologico scommetto che la dimensione delle predette orecchie ritornano alla dimensione normale! Eppure per la vostra salute la qualità del grano ha probabilmente più importanza di quella del vino... Ci sono produttori biologici che sono nel top delle classificazioni mondiali da decenni, ci sono vini biologici cattivi, ci sono produttori convenzionali nel top delle classificazioni e ce ne sono cattivi. La trasformazione naturale del succo di uva è l'aceto non il vino. Per cui il vino è per eccellenza un prodotto che nasce da un'azione umana per conservare e creare profumi e gusti. Quello meriterebbe una riflessione sull'uso della parola naturale. Certo è che il metodo di produzione dell'uva scelto ha probabilmente degli effetti sulla qualità dell'uva, in modo abbastanza complesso, oltre a quelli sanitari o ecologici, ma chi impedisce di giudicare il prodotto finito alla cieca? Possiamo dire: probabilmente la cattiva coscienza dei degustatori in confronto all'ambiente? Quello che non capisco è la volontà di trovare un denominatore comune usando il metodo di coltivazione, ammetto che mettendo in parallelo tipologie di vino e metodi di produzione ci potrebbero essere delle corrispondenze significative su certe tipologie, ma credo anche che queste corrispondenze non sarebbero la regola su tutti i metodi di produzione. Scommetterei anche che le corrispondenze saranno legate a un rapporto con la natura, la salute di tipo fideistico. Forse è qui la chiave dell'interesse cosi diffuso, ma non si può mescolare fede e filosofia, ne fede e scienza... ma fede e comunicazione si! allora andiamo...!

giovanna
inserito il 10/05/2010

Sono concorde per tutto ciò che riguarda le mode. Anni fa, nel mio agriturismo, offrendo l'aperitivo agli ospiti, mi venivano richiesti solo vini in barrique, rifiutando i nostri che non lo sono mai stati anche se offerti. Eravamo fuori moda! Tradizionalisti ed al massimo possibile della naturalità, meteo e bontà del vino permettendo. Questa una scelta di natura egoistica, visto che in vigna ci lavoriamo noi e consumiamo parecchio del nostro vino. Sulle lavorazioni: per un diserbo chimico leggero... parliamo di almeno 3 passaggi all'anno, quindi stesso uso delle macchine operatrici del diserbo meccanico (uno o due passaggi annui). Non contiamoci frottole.

carlo macchi
inserito il 10/05/2010

Solo per precisare, visto che sembra colpire molto "l'immaginario". Il discorso del diserbo e/o dei passaggi col trattore era un esempio e non mio. L'ho preso dal bellissimo articolo di Gily e mi serviva solo per mettere la pulce su quanti sfaccettature e problematiche ci siano dietro a concetti che paiono semplici ma che in realtà non lo sono per niente.

maurizio gily
inserito il 10/05/2010

una precisazione: non sono un sostenitore del diserbo chimico. Chi ha letto il mio articolo su Porthos spero l'abbia capito. Il mio era solo un esempio per dimostrare che la realtà è più complicata di quella che sembra. Chi ha studiato il processo produttivo sotto l'aspetto del carbon footprinting (cioè emissione di gas serra) ha trovato che il diserbo vince sulla lavorazione meccanica da questo punto di vista, il che non vuol dire che sia in assoluto più “ecologico”, e personalmente dubito fortemente che lo sia. Dal mio pezzo su Porthos è stata tagliata in fase di editing una parte che ritengo importante, per motivi che ignoro, tanto più che Porthos non si distingue per la brevità degli articoli… per chi ha ancora pazienza la propongo qui sotto. Il cavallo, e la fatica Ha scritto Mauro Corona: “Nel mondo moderno abbiamo voluto abolire la fatica. Ma senza la fatica l’uomo impazzisce”. Contrariamente a molti colleghi l’idea che qualche vignaiolo torni a lavorare con il cavallo non mi fa affatto ridere, anzi la trovo un’idea geniale. Un vigneron biodinamico francese mi ha fornito una bella lettura della cosa: “il cavallo sa quando il terreno si può lavorare. Se è troppo asciutto o se è troppo umido non ce la fa a tirare, e si rifiuta”. I trattori e le frese, invece, vanno sempre, anche quando il terreno non è “in tempera”, provocando gravi danni alla struttura e alla vita biologica del suolo. Ma lavorare con il cavallo costa fatica, come usare la zappa invece della barra da diserbo. E poi un animale non è una macchina, non può stare senza custodia. A chi sceglie seriamente la via del “naturale” si impone una riflessione sul ruolo della fatica fisica e sull’organizzazione della sua stessa vita. La cosiddetta “rivoluzione verde” ha quasi cancellato dai campi la fatica (quasi: provate a stare otto ore su un cingolato e la schiena vi dirà che non è poi quella gran pacchia). L’enorme crescita del consumo di energia per produrre beni agricoli ha una contropartita che ne è in gran parte anche la causa, cioè la riduzione del consumo di energia dell’individuo. Ogni essere vivente mira per natura a ridurre al minimo i suoi consumi di energia. L’uomo lo ha fatto consumando le risorse della terra. Dobbiamo tornare indietro? Ecco un bell’argomento di discussione. E’ facile dire che i diserbanti fanno male. E fare la mondina fa bene? Ci si spezza la schiena e ci si riempie di dolori, un tempo si beccava pure la malaria e non si campava a lungo. Sarebbe ipocrita negare che per queste donne i diserbanti sono stati una benedizione celeste. Se il produttore “naturale” vuole essere anche un produttore etico, come logica vorrebbe, non può diventare un padrone che passa in rassegna file di forzati (e il mondo è pieno di gente disperata) deve occuparsi a fondo di questi argomenti e trovare le sintesi necessarie. L’importante è non rimuovere il problema. Io trovo curioso che nessuno ne parli mai.

carlo macchi
inserito il 10/05/2010

Sono felice della precisazione di Maurizio, che porta in campo anche altri argomenti molto profondi e per niente "ideologici". Come sarebbe bello poter discutere così di tanti problemi.

Antoine
inserito il 10/05/2010

Vorrei solo in parte rispondere a Maurizio Gily. La difficoltà di affrontare l'argomento è anche che rimette troppi sitemi della nostra sociètà in gioco. Perchè per essere proponibile deve anche affrontare il lato economico dela produzione agricola. Certo che se si circoscrive la discussione all'ambiente vino, ci saranno delle nicchie molto visibile per tutti ma poco o per niente signifacative nel mondo della produzione che escono dai normali mecanismi economici dell'agricoltura, e il vino si venderà perchè le vigne sono lavorate con il cavallo, non voglio con questo negare ne l bellezza della scelta, ne il fatto che possa essere giusto sostenere questa scelta da parte di chi compra il vino.. Avere un ideale di agricoltura dove la produzione fa a meno del petrolio, dove un bilancio CO non tiene conto appunto della fatica del cavallo e delle persone, sarebbe ideale,...(?) l'agricoltura tornerebbe ad essere un IMMENSO bacino di manodopera. Conosce 1 (un) consumatore pronto a pagare il prezzo considerando che tutti vogliono mangiare e che da poco la popolazione mondiale urbana supera quella rurale?

Paolo Cianferoni
inserito il 10/05/2010

I blog impazzano su questa discussione.... quoto Antoine... un po di silenzio sull'argomento non guasterebbe... magari ripartire con argomenti con alla base moralità e umiltà del vignaiolo, del vino e di questo mondo non sarebbe male. Chi produce sforzandosi di farlo naturalmente, biologicamente, biodinamicamente, è meglio se lo fa quasi in silenzio altrimenti se lo si urla, si è come chi produce nel grande gioco del "businesss convenzionale"

Gabriele
inserito il 10/05/2010

@ Carlo Macchi Certo che ho seguito la vs. campagna per le bottiglie leggere; l'approvo in pieno, per i miei vini, infatti, uso solo le bottiglie leggere. Mi fa sorridere a volte quando vedo che la bottiglia da sola pesa più del suo contenuto. @ Giovanna Il diserbo non è il massimo, ma purtroppo dopo 20 anni di basket la mia schiena non mi permette più di passare a zappare 30.000 viti dopo averle tutte lavorate con la fresa sottofila (come ha ragione Gily!); e comunque di frottole non ne racconto, legga il conto molto breve che feci in un mio commento qui: http://stefanoberti.wordpress.com/2009/12/13/un-decalogo-verde-ma-fumoso/ esperienza personale, eh! Ne approfitto dell'occasione per farle i miei complimenti: ho avuto occasione di assaggiare a casa di un amico il suo Barbaresco 2006 e mi è piaciuto un bel pò. Saluti.

saverio petrilli
inserito il 10/05/2010

Oggi una ragazza che lavora con me raccontava che in Italia guardando la televisione si sentono tante chiacchere, tutti parlano ma poi pochi fatti e nessuna azione. Mica stiamo facendo lo stesso con i blog? O portiamo dei calcoli precisi sulle emissioni che tengono in considerazione tutto il processo agricolo e quando affrontiamo il diserbo dobbiamo arrivare fino al processo di produzione del diserbante, l'effetto che ha sull'erosione, i residui, i costi indiretti per risolvere i cosiddetti side-effect, oppure aumentiamo solo la confusione che è già tanta e non sappiamo più di chi fidarci. - Vi sembra logico che io spenda diverse migliaia di euro per certificare il non utilizzo di sostanze di comprovata pericolosità per l'ambiente e per l'uomo mentre chi le utilizza lo fa senza nessun altro controllo che il ridicolo patentino? - invece io compio un atto illecito (fuori-legge) per procurami le corna di vacca! Se siamo confusi davanti al dilagare delle mode (certamente perniciose) non è il caso di diffondere i nostri dubbi e confusioni. Parliamo di fatti, e sopratutto compiamo delle azioni, quelle dell'agricoltore sono all'occhio di tutti e vengono giudicate prima che dal mondo della comunicazione dalla pancia dei consumatori. Siano agricoltori "naturali" o convenzionali affrontano con lo stesso impegno la loro attività, ognuno convinto delle proprie idee ed in costante apprendimento ed evoluzione. Nessuno dei due ha dei protocolli fissi, condivisi e perfettamente giustificati scientificamente e moralmente. Mi spiego meglio anche le basi dell’agricoltura convenzionale sono state messe in discussione da fior di scienziati esattamente come il biologico ed il biodinamico. Eppoi cosa vuol dire convenzionale? Esiste un protocollo fisso e condiviso? Esiste un disciplinare? Nei vent’anni di uso sfrenato della barriques chi si è mai permesso di obiettare? In quali piazze si animavano le discussioni come avviene ora per i vini naturali? Nessuno mi risulta abbia mai sconfessato o messo in dubbio tutta la produzione “convenzionale” per aver assaggiato un vino cattivo, e ce ne sono tanti! Nessuno ha mai messo nel solito calderone il vinaccio di qualche “convenzionale” poco capace o magari cantina sociale con il Sassicaia che pure è convenzionale, quelle sono due cose diverse! E quanti produttori “da poco” vestivano le proprie bottiglie con la capsula blu e una simil stella sull’etichetta. Quanti vini “puzzoni” abbiamo assaggiato tra le produzioni “convenzionali”? Ce lo siamo dimenticati? In realtà io provo piacere quando sento qualcuno che dice che il mio vino è buono, molto buono e… poi è anche biodinamico! Perché aldilà della conoscenza superficiale che un consumatore potrà avere dell’agricoltura (Bio, Bd o Conv) in effetti riconosce che c’è un impegno maggiore, un voler fare qualcosa di più, una presa di responsabilità rispetto alla cura dell’ambiente, ma la prima cosa e che apprezzi il vino e che lo faccia non con la testa ma con la pancia!

giovanni solaroli
inserito il 11/05/2010

Su temi planetari quali la salvezza del pianeta, lo sfruttamento eccessivo delle risorse, e gli sconvolgimenti climatici ho le idee abbastanza chiare. Ho maturato la convinzione che le mie azioni e i miei pensieri contino meno di zero. Mi sono convinto invece che i miei comportamenti quotidiani abbiano un peso. In percentuale almeno pari a un quadri miliardesimo, senza contare sull’elevato valore morale insito nell’esempio. Senza ideologie, avendole oramai perdute nel lontano ’77, sono pervenuto alla conclusione, tutta orientale lo confesso, che per quanti sforzi si faccia per fermarlo, il motore della storia gira lo stesso. E gira sempre in un senso, come argutamente fa osservare Gily a proposito della”fatica”. La corrente del fiume è meno forte se la si segue invece di opporvicisi. Sembrerà banale e qualunquista, ma a volte sorrido quando vedo il fervore quasi mistico che anima le discussioni sui vini natur o artificial. Ho letto svariate cose a proposito, e qualche pensiero rinfuso l’ho messo pure per iscritto( ma debbo tuttavia confessare che il sacro fuoco della passione non mi ha ancora preso. E non mi convince ancora del tutto il movimento che si sta formando ala base e che, come nella sinistra 68ttina e post, appare politicizzato e, dunque, già frammentato e diviso sulle virgole. E’ una iper conflittualità concettuale che trova riscontro mediatico solo sul vino e decisamente latita per altri alimenti e tutto ciò sa troppo di business. Se però non mi convince il movimento in quanto tale, non per forza deve essere la stessa cosa per i vini che i naturalisti producono. Difettando dell’amore passionale, mi ci accosto con la bocca e con il cervello. Con la bocca mi sento di dire, banalmente, che ci sono vini buoni e altri pessimi. Con il cervello mi vien da pensare che molti vini naturali oggi siano tanto più buoni, quanto siano meno frutto di un procedimento naturale e più il risultato di accurati studi e conoscenze sui processi che governano la complessa chimica del vino. Un pensiero qualunquista? Forse, ma sono abbastanza vecchio da conoscere la storia della rana e dello scorpione.

gabriele
inserito il 11/05/2010

Quoto per intero l'intervento di Giovanni Solaroli! @ Saverio Preciso che io non sono un sostenitoer nel modo più assoluto del "convenzionale" e un anti Bio. Anzi, ammiro tutti i produttori biologici e biodinamici (alcuni sono anche miei cari amici). Però vorrei aggiungere che s uno deve cominciare a calcolare le emissioni emesse per produrre i diserbanti, dovrebbe anche calcolare quelle per produrre le macchine per le lavorazioni e/o o sfalcio, nonchè le materie prime sottratte alla terra (ferro) etc. etc. quindi non se ne esce più. Il calcolo che avevo fatto è molto semplice e riguardava la mia azienda, oltre non posso andare perchè non ho dei dati e quindi, senza cognizione di causa, mi astengo dal parlare. Dico anche che molte aziende in collina hanno cominciato ad usare il diserbante sottofila per abbandonare le lavorazioni perchè quelle sì che creavano erosione. Cordiali saluti.

Alessandro Fenino
inserito il 11/05/2010

Credo che sia molto sbagliato confrontare la moda della barrique con quella dei vini (cosiddetti) naturali. Per fare un vino da moda barrique bastava comprare il contenitore di legno e metterci dentro il vino. Per fare vino (cosiddetto) naturale bisogna fare agricoltura naturale (bio o biodinamica) che non si inventa in 5 minuti, ma necessita di un percorso, di scelte, di rischi, bisogna strutturare l'azienda e la testa di chi ci lavora. Chi sta facendo vini (cosiddetti naturali) li sta facendo ormai da un po' di anni, quindi da quando questi vini non erano per niente di moda. Mi sembra che la moda non siano i vini (cosiddetti) naturali, ma il parlare dei vini (cosiddetti) naturali. Perchè questi vini stanno facendo così tanto parlare di se? Perchè giornalisti e opinion leader che fino a due anni fa non volevano neanche andare ad assaggiare questi vini ora sono diventati dei guerriglieri verdi? Perchè aziende e winemaker che sorridevano a sentire la parola bio o dicevano che non era possibile ridurre l'utilizzo di so2 o coadiuvanti vari, oggi li trovi ai corsi di biodinamica o a esaltarsi per prove di macerazione di 7 mesi?

carlo macchi
inserito il 11/05/2010

sono d'accordo che Alessandro che oggi è di moda soprattutto parlare di vini (cosiddetti) naturali ed infatti anch'io ho precisato nel mio articolo che mi approcciavo alla discussione su questi vini e non alle tematiche tecniche che mi vedono molto poco ferrato. La domanda del perchè tutti adesso ne vogliamo parlare mentre due anni fa nessuno se li filava ha per me la risposta al suo interno: oggi è una moda! Inoltre ci sono mode e mode. quella della barrique può essere stata semplice e semplicistica ma allora il mondo del vino italiano aveva bisogno di qualcosa di facilmente comprensibile ed utilizzabile. Oggi (ed in questo si nota una crescita) si parla di concetti molto più alti e complessi, come appunto la biodinamica. Tutto sta a non svilirla, nella discussione, al livello di sagra paesana ed a non scendere in campo (ripeto nel parlarne) armati di spade ideologiche e quindi di certezze. Meglio cento domande che una affermazione perentoria.

maurizio fava
inserito il 11/05/2010

bella discussione. Ma forse è il caso di tornare alla semplice domanda: vini buoni o vini non buoni?

Francesco Annibali
inserito il 11/05/2010

...tipo sostituire "vecchio" con esperto no? Bello quel Van Gogh. "Vecchi si nasce, non si diventa" Seneca (se non sbaglio)

carlo macchi
inserito il 11/05/2010

Esperienza è il nome che diamo ai nostri errori. Credo sia di Oscar Wilde.

maurizio gily
inserito il 11/05/2010

Se l'intento era scuscitare la discussione direi che è stato centrato. Saverio: sulla questione delle emissioni preciso che il calcolo del bilancio del carbonio è stato fatto da chi ha studiato il problema in Italia, Francia e Australia tenendo conto della produzione dei prodotti a monte, ma non di eventuali side effect a valle che comunque esistono anche per le lavorazioni come ricorda Gabriele. Devo però anche dire che si tratta in fondo di aspetti marginali visto che nel processo vino la parte del leone nelle emissioni la fa il trasporto del prodotto finito. Mi chiedo a questo punto che senso abbia da un punto di vista della tutela ambientale fare vini senza solfiti e mandarli in America in container frigo come fa qualcuno...

Antoine
inserito il 11/05/2010

visto che siamo in vena di aphorismi: Non parlare di quello che non puoi dimostrare.

Giovanni Faraone
inserito il 11/05/2010

Sono quarant’anni che mi occupo di vino. Mio padre faceva il vino che si vendeva in damigiane e a me venne in mente di metterlo in bottiglia; era il 1970. Credo di essere “vecchio” anch’io! Siamo nati piccoli e tali siamo rimasti. Io che venivo da un altro lavoro ho impiegato tempo ad imparare questo mestiere e credo anche a migliorare ciò che via via mettevo in bottiglia. Penso che i miei vini nel tempo siano migliorati applicando quelle che sono le conoscenze che mano a mano acquisivo poiché vecchio si ma sono pur sempre nato dopo l’epoca dei “lumi”. Ho fatto i vini sempre in modo naturale, ma la mia razionalità si rifiuta di accettare il corno di bue …. In questi anni ho sentito tanti parlare (predicare) di come si deve fare il vino, tutti hanno la ricetta assoluta. Io ancora oggi quando inizio una vendemmia ho mille dubbi e spesso mi affido al Padreterno. Poi dopo qualche mese o anni mi accorgo che tutto sommato i vini sono anche buoni e trovo anche qualcuno che mi fa dei complimenti. Ho sempre lavorato con le uve che ho trovato nella nostra campagna e poi mi hanno spiegato che sono autoctone , ma quanti sanno cosa significa veramente uva autoctona? Io l’ho capito due anni addietro! Si veniva da una stagione calda e siccitosa, abbiamo dovuto anticipare la raccolta del pecorino perché stramaturava, anzi molti grappoli erano già cotti dal sole; poi abbiamo raccolte le altre uve, il sangiovese il montepulciano, nella prima settimana di ottobre quando abbiamo raccolto la passerina con una gradazione zuccherina forse troppo elevata misurando il PH ecco il risultato sorprendente … 3.14 ! Questo significa autoctona. Una pianta che da secoli è abituata a quel terreno e a quel clima si è dovuta necessariamente adattare a situazioni climatiche variabili ed anche estreme. E’ da queste uve che è possibile ottenere il massimo; tutto il resto è tecnica, moda, business. A questo punto il naturale comprende tutto, l’uva (naturalmente autoctona), l’allevamento, le pratiche colturali, niente concimi, niente irrigazioni, … Le certificazioni le rifiuto. giovanni faraone

giovanni
inserito il 25/05/2010

essere talebani in un senso o nell'altro sicuramente non un attegiamento costruttivo.E' ovvio che ci sono aziende che dovono far quadrare i bilanci e non si possono permettere di perdere raccolti, ma il far soldi senza scrupoli e senza rispetto è uno dei mali della nostra società. Interessiamoci a lasciare un futuro migliore ad i nostri figli.

WinesurfTube

Nebbiolo Prima 2013: spiccano i Barbaresco 2010, per ora.Nebbiolo Prima 2013: spiccano i Barbaresco 2010, per ora.

...

Segui Winesurf su youtube - degustazioni, visite in vigna ed in cantina, interviste
VINformo
23/05/2013

31 maggio, 1-2 giugno: tornano "I profumi di Lamole"

Il 31 maggio ed il 1-2 giugno tornano a Lamole “I Profumi di Lamole”. Dodicesima ...

20/05/2013

Sangiovese o Sangiovesi? 1 giugno a Radda nel Bicchiere

Venite,  venite dolci dame e valenti cavalieri! Accorrete alla tenzone nomata  “Sangiovese o Sangiovesi?” In ...

23/04/2013

Montalcino: il consorzio denuncia Soldera

E’ di pochi minuti fa il comunicato stampa in cui il Consorzio del Brunello di ...

Newsletter

Per ricevere in anteprima tutte le più interessanti informazioni sugli aggiornamenti inserisci il tuo indirizzo email per iscriverti alla newsletter di Winesurf

VINetwork

Puoi trovare aggiornamenti su attivitā, articoli, pubblicazioni, degustazioni e tutto di WineSurf sui principali social network e social bookbarks.

Facebook Winesurf Youtube Winesurf Twitter Winesurf Tumblr Winesurf FriendFeed Winesurf